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Instant articles e tablet

Facebook: instant articles e news a pagamento

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La notizia era nell’aria già da tempo: Facebook si sarebbe costruito il ruolo di “facilitatore” della diffusione delle news on line di importanti testate giornalistiche. L’annuncio risaliva all’estate di quest anno durante un incontro nella sede di Milano in cui Alex Hardiman – direttore dei News Product di Facebook – aveva annunciato che nel giro di poco tempo sarebbe partita una sperimentazione con dieci editori internazionali per offrire i loro abbonamenti alle notizie a pagamento all’interno del servizio instant articles per mobile.

Instant Articles

Cosa sono gli instant articles?

Gli “instant articles“, lanciati nella primavera del 2016, rappresentano un modo innovativo di fruire di articoli e news direttamente dall’app mobile di Facebook ed avere quindi contenuti ottimizzati per la visualizzazione su smartphone sia in termini di velocità (con un caricamento 10 volte superiore al normale) che di usabilità nella navigazione tra una news e l’altra. Facebook ha infatti voluto provare a risolvere il problema generato dall’aumento del traffico proveniente da dispositivi mobili che rende sempre più difficile la fruizione di contenuti testuali: non è una novità il fatto che i testi particolarmente lunghi abbiano vita piuttosto breve su tutti i social network. Gli instant articles sono quindi pagine web in cui le informazioni sono scritte (in formato XML) in modo scarno (senza stili grafici, colori, plugin, ecc…), che Facebook genera direttamente sulla sua piattaforma senza “rubare” nulla all’autore in termini di monetizzazione e di traffico.

Instant Articles e smartphone

Instant Articles e abbonamenti

Di qualche giorno fa è l’annuncio che nelle prossime settimane Facebook inizierà una sperimentazione con 10 editori internazionali e due tipologie di abbonamento: un paywall che si attiva dopo che gli utenti hanno letto 10 articoli dello stesso editore in un mese e una versione freemium dove gli editori possono far pagare anche ogni singolo articolo. In entrambi i casi i lettori saranno indirizzati al sito “madre” per abbonarsi. Per si stesse chiedendo quanto Facebook guadagnerà da questa mossa, la risposta è già arrivata: il colosso di Menlo Park non tratterrà alcuna percentuale dalle entrate sugli abbonamenti. Durante la sperimentazione, gli abbonamenti saranno disponibili solo su Android. La Apple infatti si è tirata indietro in quanto realizza anche il 30% di ricavi in abbonamento sulle vendite in “app”.

Ma chi sono i 10 editori? Ecco un elenco:

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  • The Boston Globe
  • The Economist
  • Hearst (The Houston Chronicle e The San Francisco Chronicle)
  • La Repubblica
  • Le Parisien
  • Spiegel
  • The Telegraph
  • Tronc (The Baltimore Sun, The Los Angeles Times e The San Diego Union Tribune)
  • The Washington Post

Non possiamo sapere quanto nella scelta di Facebook abbia più pesato la lotta alle fake news (di cui abbiamo già parlato qui), ma – ancora una volta – abbiamo una certezza: il mondo dell’editoria si sta evolvendo e Facebook sarà un grande attore di questo cambiamento.

 

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Facebook tra rimediazione e formati nativi

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Figli della Rimediazione

Una nota legge della storia dei media dice che ogni medium deriva da un medium precedente. Si tratta del concetto di “rimediazione”, elaborato da Bolter e Grusin nel loro famosissimo libro del 2003 “Remediation: capire i nuovi media“: il cinema sarebbe, ad esempio, la rimediazione della fusione del teatro e della fotografia, unendo e rielaborando elementi appartenenti a entrambi. Secondo i due studiosi americani, inoltre, la rimediazione è tipica dei media digitali: che cosa sono infatti le mail se non la rimediazione delle lettere?

Anche se al momento della pubblicazione di Remediation i social network ancora non esistevano, ci rendiamo facilmente conto di come siano i media che probabilmente più di altri mettono in gioco il meccanismo teorizzato da Bolter e Grusin. Seguendo il loro tracciato potremmo immaginare Facebook come la rimediazione del diario, Instagram della fotografia analogica, Twitter dell’aforisma, etc. Da qualche anno a questa parte tuttavia, soprattutto Facebook sta mettendo in scena dinamiche molto più complesse: come se i media digitali da rimediare avessero esaurito la loro forza, il capostipite dei social network sta iniziando a cannibalizzare media che sono nati e cresciuti proprio su Facebook stesso. Basti pensare alle leggere modifiche apportate alla bacheca negli ultimi anni (ricordate Facebook Introducing Timeline? Se non lo ricordate, cliccate qui per rinfrescare la memoria) o alla “vicenda” delle Stories, nate su Snapchat e poi rimediate, modificate, implementate su Instagram prima e su Whatsapp e Facebook poi.

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Facebook e i nuovi contenuti nativi

In una recente intervista, inoltre, Marco Grossi, senior manager di Facebook Italia e Spagna per le PMI, parlando delle innovazioni pensate da Facebook per il 2018, ha alzato ancora di più l’asticella. Il prossimo anno infatti, dovrebbe essere quello del grande sviluppo dei i cosiddetti contenuti nativiSi tratta di formati che sono nati proprio sul social network e che verranno sviluppati a partire dalla loro stessa rimediazione. Qualche esempio? I video annunci a 360 gradi o le Stories su Instagram in formato Canvas. Entrambe le innovazioni infatti non sono altro che la fusione di media sviluppati esclusivamente all’interno dei social network e che non hanno quindi un corrispettivo analogico. La forza di questi formati è la loro forte immersività in un perfetto bilanciamento tra immediatezza e ipermedialità (per tornare su due concetti estremamente cari a Bolter e Grusin): se da un lato infatti le Storie e i video a 360 gradi ci fanno sentire a diretto contatto con l’esperienza reale che viviamo grazie anche alla facilità di condivisione permessa dagli smartphone (immediatezza), dall’altro sono il frutto di una connessione sequenziale ed eterogenea di grafiche, audio, video, testi, tenuti uniti da un complesso sistema mediale composto dalla cornice del social network stesso (ipermedialita’).

Insomma, la strada è tracciata e sembra condurre a un inedito sviluppo di formati mediali…sta a noi intuire gli scenari futuri e cercare di anticiparli.

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Twitter: 3 nuove funzioni in arrivo

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La lunga crisi di Twitter

Twitter sta perdendo colpi (e non è una novità): il social network dei cinguettii è da anni in una spirale critica da cui sembra faccia fatica a uscire. In un mondo digitale in cui si da sempre più spazio alle immagini e piattaforme come Instagram e Snapchat spopolano tra i più giovani, la schiettezza dei 140 caratteri sembra non trovare più la sua collocazione. Eppure l’azienda di San Francisco i trend del momento li aveva individuati, senza riuscire però a incanalarli a dovere in nuove funzionalità: ricordate i brevi video di Vine, la piattaforma acquistata da Twitter nel 2012? O Persicope, il sistema per pubblicare video in diretta che aveva spopolato per qualche mese nel 2015? A distanza di anni possiamo dire che entrambe le funzionalità sono state surclassate dai corrispettivi “integrati” di Facebook e Instagram.

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Twitter 3 nuove funzionalità

Twitter prova il rilancio

Per queste ragioni Twitter ha pensato a nuove funzioni per cercare di rilanciarsi, perché a quanto pare Donald Trump non sembra più bastare. Vediamole:

  • 280 caratteri: crolla l’emblema del social network, la sua ragion d’essere e il motivo del suo – iniziale – successo. A quanto pare, 140 caratteri non sono più abbastanza e dagli uffici di San Francisco hanno pensato di permettere agli utenti di allungare il brodo raddoppiando le battute disponibili. Da qualche tempo si sta infatti sperimentando una fase beta in cui saranno visibili solo i primi 140 caratteri, con la possibilità di espandere il testo e leggere la seconda parte del tweet. La spiegazione data sembra uscire più da un saggio di linguistica che da una riunione di un ufficio Ricerca e Sviluppo: “In lingue come il giapponese, il coreano e il cinese è possibile comunicare il doppio delle informazioni in un solo carattere, a differenza di molte altre lingue come l’italiano, l’inglese, lo spagnolo, il portoghese o il francese. […] Stiamo cercando di estendere il limite da 140 a 280 caratteri, per quelle lingue meno concise. Solo una piccola percentuale di tweet inviati in giapponese è di 140 caratteri, lo 0,4%; in inglese, invece, una percentuale molto più elevata di tweet è di 140 caratteri (9%). La maggior parte dei cinguettii giapponesi sono di 15 caratteri, a differenza di quelli inglesi che ne hanno 34″. Ecco quindi spiegato il salto nel vuoto. Basterà raddoppiare i caratteri per salvare l’uccellino?
  • Happening Now: sicuramente dalla California si sono accorti di una cosa: su Twitter gli utenti interagiscono sempre meno e lurkano sempre più – guardano cioè i contenuti altrui senza interagire. A chi non capita infatti di non twittare da mesi ma ti fiondarsi sull’app non appena accade qualcosa, che sia un evento sportivo, politico o di cronaca? Ecco allora che la piattaforma ci viene incontro aggiungendo una nuova funzionalità per rendere più evidenti i tweet di maggiore rilievo e più popolari del momento, accompagnati da a una serie di immagini poste in primo piano nella schermata superiore della sua applicazione. Probabilmente questo cambiamento creerà un po’ di confusione tra gli utenti dato che già da qualche anno Twitter si era avvicinato a Facebook correggendo il suo algoritmo e mostrano in evidenza i tweet che per visualizzazioni e interazioni reputava interessanti per quel determinato profilo (In caso te lo fossi perso). La seconda via intrapresa sembra così favorire un uso passivo del social network. Pagherà?
  • Salva per dopo: l’ultima funzionalità di cui vogliamo parlarvi è la possibilità di salvare dei tweet per leggerli successivamente (un po’ come accade per Facebook). Probabilmente il nuovo “gesto” da poter compiere su un contenuto si troverà in un piccolo menù dedicato al tweet in cui oltre a likarlo, retwittarlorispondere citarlo si potrà salvare. Anche in questo caso il cambio di rotta sembra un po’ una forzatura del sistema “storico” del social network e un avvicinamento ai competitor. Fino a qualche anno fa infatti, prima che venisse introdotto il cuore a mo’ di like, esisteva la funzione aggiungi a preferiti che aveva un po’ lo stesso scopo: salvare un contenuto da poter rileggere successivamente (o da “conservare”). Nel caso dei like Twitter ha cercato di avvicinarsi a Facebook per poi effettuare – almeno in parte – un’inversione di rotta. Questa nuova funzionalità sarà un passo in avanti?
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Oculus Go, Facebook e Spaces: la realta’ aumentata per tutti

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Ormai abbiamo iniziato a conoscere Mark Zuckerberg. Nel suo modo di fare, nulla è lasciato al caso e se una nuova funzionalità, un nuovo progetto o una nuova intuizione sembrano finire nel dimenticatoio, non è detto che pochi mesi dopo ricompaiano sotto diverse forme. È il caso della realtà aumentata: nell’aprile di quest anno Zukerberg aveva trionfalmente annunciato: “Siamo pronti a lanciare il primo prodotto social virtuale”. Si tratta di Facebook Space, un social network che si basa sulla tecnologia dell’Oculus: un visore di realtà aumentata indossabile in viso (head-mounted display) e disponibile in versione Beta nello store della società acquistata da Facebook stesso nel 2015.

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Oculus e Spaces, un’equazione vincente

Il piano sembra ancora una volta vincente: il colosso di Menlo Park investe su un nuovo prodotto tecnologico di rottura, lo fa crescere e lo “arricchisce” socialmente fino a integrarlo con le sue funzionalità, aprendo un’ennesima finestra nelle future potenzialità del social network che è arrivato a contare fino a due miliardi di utenti attivi in un solo giorno. In questo caso poi l’equazione Oculus + Facebook = Space è davvero di facile risoluzione: creare un ambiente digitale iper-realista (o meglio, iper-mediato dalla realta’ aumentata) in cui incontrare i propri amici (o meglio, gli avatar dei propri amici) e interagire con loro. Insomma, una sorta di Second Life 2.0 molto zukerberghiano: l’app è pensata per permettere agli amici che non possono incontrarsi di trascorrere comunque del tempo insieme, ribaltando la concezione per cui la realtà aumentata porti all’astrazione (non è un caso se gli ambienti di Space si basano su quelli già condivisi dall’utente su Facebook attraverso foto e video). L’app però è rimasta nel dimenticatoio fino a qualche giorno fa, quando Zuckerberg ne ha dato una dimostrazione pratica documentando la devastazione dell’uragano Maria a Porto Rico (senza rinunciare a raccontare quanto fatto da Facebook per la popolazione) per poi atterrare sulla luna.

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Oculus Go: la realta’ aumentata pret-a-porter

A questa mossa, che sembra una dichiarazione d’intenti molto forte, ne va aggiunta una seconda ancora più recente: dal 2018 sarà in commercio Oculus Go, una versione meno avanzata del visore per la realtà aumentata che costerà “solo” 199 dollari – rispetto ai 399/599 delle versioni fino a ora in commercio. Il mercato, a oggi, è molto ristretto – appena 7 miliardi di dollari nell’anno corrente – ma c’è chi prevede già impennate di oltre 30 miliardi nei prossimi 5 anni. Zuckerberg, intanto, si è assicurato un device all-in-one che non richiede l’uso del pc e con cui sfruttare comunque le potenzialità della nuova tecnologia su cui sembra che Facebook stia puntando molto forte.

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Instagram e Snapchat insidiano Facebook

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La guerra delle immagini

Il mondo di internet, si sa, per definizione è in continua evoluzione. Ad esempio, negli ultimi mesi, si è manifestata con tutta la sua forza una tendenza nell’utilizzo dei social network che da qualche anno era rimasta latente: Instagram e Snapchat stanno insediando di Facebook come social network più utilizzato e lo stanno facendo a partire dai più giovani, non solo adolescenti, ma anche bambini e bambine che non hanno ancora compiuto 11 anni.

Non è infatti una novità che le immagini stanno diventando il contenuto per eccellenza nell’utilizzo dei social network: meme, gif, video in diretta, storie, foto e infografiche nel corso del tempo hanno surclassato i contenuti testuali, che ormai sopravvivono quasi esclusivamente sotto forma di link con le note che sono un ricordo del passato e sopravvivono alla stregua di animali in via d’estinzione. In questa guerra delle immagini sono due i social network che si contendono la vittoria finale: Snapchat e Instagram. Il primo è nato proponendo la condivisione privata di immagini che scomparivano dopo la visione, il secondo è entrato nel mercato emulando la fotografia analogica, per poi evolversi entrambi fino alle più recenti Stories. In questa contesa Facebook ha ovviamente giocato un ruolo fondamentale, acquistando Instagram dopo il gran rifiuto dello stesso Snapchat; ma, come sappiamo, la storia è imprevedibile e ora i due social network delle immagini stanno lanciando l’assalto al colosso di Menlo Park.

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Instagram e Snapchat dati alla mano

La crescita di Instagram e Snapchat è ancora più significativa se si analizzano le fasce d’età degli utenti e le prospettive future.

Sul primo punto, mentre Facebook nell’ultimo anno ha fatto registrare un aumento dei suoi iscritti di 2,4 punti percentuali al mese, il numero di utenti tra i 12 e i 17 anni è diminuito del 4% circa il doppio del crollo del 2016 (2,1%). Tutto un altro trend per Snapchat che, nonostante le difficoltà emerse con l’introduzione delle Instagram Stories, nel 2017 negli USA è cresciuto dell’8% e addirittura del 19,2% nella fascia 18-24 anni, tanto che prevede di superare sia Facebook che Instagram tra gli utenti che hanno dai 12 ai 24 anni. Stesso discorso per Instagram che, sebbene abbia un numero di iscritti nella fascia 12-17 anni molto inferiore a quello di Facebook e Snapchat, prevede un incremento del 23,8% non solo in questa fascia d’età, ma anche tra i giovanissimi under 12.

Questi dati rispecchiano anche una percezione di natura sociale più che tecnologica: sta crescendo una generazione di bambini e bambine i cui genitori sono su Facebook da prima della loro nascita. C’è da stupirsi che vogliano cambiare aria?

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Fake news: Facebook perde il primo round

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L’elezione di Donald Trump tra dubbi e paure

L’elezione di Donald Trump a Presidente degli Stati Uniti d’America nel novembre 2016 ha provocato una serie di dubbi e perplessità (ma anche paure) sul futuro politico, economico e ambientale del Pianeta. Non solo, anche il sistema dei media è stato messo sotto sopra dall’ultima corsa alla Casa Bianca che ne ha evidenziato parecchi limiti strutturali. In particolare, sono stati messi alla gogna i social network, accusati di veicolare informazioni false (fake news) che tendono a favorire l’elezione di partiti e leader populisti. La diffusione di questo genere di notizie avrebbe così permesso la vittoria del (ex?) magnate statunitense, premiando la sua campagna elettorale aggressiva.

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L’era della post-verità

L’accusa a Google, Facebook, Twitter e Co. ha avuto un’eco così forte che il temine post trouth (la condizione per cui la verità di un’affermazione assume un’importanza secondaria rispetto alle emozioni che quell’affermazione suscita) è stato eletto “parola dell’anno 2016 dall’Oxford English Dictionary. Non solo, anche i “grandi” del web 2.0, dopo un importante mea culpa, sono corsi ai ripari. Nella primavera del 2017 è stata dunque annunciata la nascita della News Integrity Initiative, un consorzio contro le fake news lanciato da Facebook, Wikipedia e Mozzilla insieme ad atenei e organizzazioni no-profit di tutto il mondo, con l’obiettivo di sensibilizzare e formare l’opinione pubblica sull’importanza di coltivare una comunicazione on line di qualità. Al tempo stesso Facebook ha lanciato un algoritmo-filtro contro le bufale, per limitare ancora di più la portata delle fake news. Il controllo delle informazioni pubblicate non è ancora sbarcato in Italia, ma l’azione di Facebook si è risolta esclusivamente nella pubblicazione di un decalogo in cui sono pubblicate alcune buone pratiche (controllo delle fonti, attenzione ai titoli a effetto, verifica delle date) per non farsi “fregare” dalle fake news scritte e condivise ad hoc da molti siti internet.

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Una sconfitta per Facebook

Tuttavia, una recente ricerca dell’Università di Yale ha smentito le dichiarazioni del colosso di Mark Zuckerberg sul buon funzionamento del tool anti-bufale: a quanto pare – almeno per la maggioranza di un campione di 7.500 persone – l’etichetta di fake news riportata su un determinato contenuto non è sufficiente. Molti utenti infatti continuano a credere a ciò che vogliono credere e la scritta “messa in discussione da un fact-checker terzo” non cambia la loro percezione, anzi è un motivo di interesse verso la news stessa se non, addirittura, la punta dell’iceberg di un’ipotesi di complotto. Ma l’aspetto della ricerca che sorprende maggiormente gli studiosi (e non solo) è l’incapacità dei più giovani di distinguere il vero dal falso: sta crescendo una generazione che, abituata a informarsi on line in modo veloce e sintetico e a dare giudizi con modalità altrettanto frenetiche, sarà sempre più manipolabile da chi decide di fare dei messaggi iper-semplificati e faziosi i suoi strumenti di politica più forti.

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5 nuove funzioni di Facebook

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C’è una legge non scritta che regola il funzionamento dei social network ed è un po’ lo stesso principio che garantisce la sopravvivenza degli squali (o almeno una ventina di specie su circa 400): se ti fermi, sei perduto. Così, come i grandi predatori degli oceani non possono smettere di nuotare senza morire soffocati, così Facebook, Instagram, Twitter e Co. sono costretti ad aggiornarsi costantemente per offrire ai propri utenti nuove modalità di navigazione e nuovi strumenti di fruizione.

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Come spesso accade in questo campo, a dettare le regole del gioco è Facebook che negli ultimi giorni ha introdotto una serie di cambiamenti. Ecco i principali:

Meetup: attiva per il momento solamente in Nuova Zelanda e a Toronto, è sicuramente la nuova funzione più discussa e segna un notevole avvicinamento di Facebook alla vita reale. Se il social network è stato infatti inventato per mantenere (e implementare) i propri legami sociali, Meetup compie uno step decisivo, invitando gli utenti a incontrarsi anche fuori dalla messaggistica e dalle reaction sui post: una funzionalità molto simile a Tinder che si palesa con un “vuoi incontrare Mr o Mrs X questa settimana?”. Ovviamente, proprio come l’app di incontri più famosa del web, Facebook metterà in contatto i due utenti solo se entrambi (all’insaputa dell’altro) sceglieranno di incontrarsi, tutelando così i naviganti da palesi due di picche.

Bonfire: se negli ultimi anni Facebook aveva visto una piccola diaspora di iscritti più giovani verso piattaforme maggiormente teen-friendly come Instagram e Snapchat, ora il gigante di Menlo Park ha deciso di non tirarsi indietro e affrontare i “competitor” sullo stesso campo. È infatti di pochi giorni fa l’annuncio dell’entrata in scena di Boomfire, un’app – molto simile a Housparty e non a caso sviluppata dal suo staff – che permette di realizzare video-chat di gruppo utilizzando filtri di snapchattiana memoria. Unico problema: per ora è disponibile solo in Danimarca (terreno privilegiato per questo genere di test).

Snooze: se siete tra gli utenti che silenziano chat di Messenger e WhatsApp, la nuova funzionalità di Facebook non potrà che entusiasmarvi. Grazie a Snooze (“sonnellino” in inglese) potrete infatti far scomparire dal vostro feed gli aggiornamenti di persone, pagine e gruppi che vi sono poco graditi. A dire il vero, era già possibile escludere alcuni aggiornamenti dal mare magnum di contenuti che si accavallavano in home, ma la novità introdotta da Facebook sta nel fatto che questa “pennichella” può essere imposta per un tempo definito: una volta scadute le ore, giorni o anni tornerete a vedere tutti gli aggiornamenti del profilo che vi stava irritando.

Movies: ed eccoci arrivati a un nuovo slancio di Facebook verso la vita extra-social. Grazie a questa nuova sezione (a oggi visibile solo per gli utenti statunitensi che navigano da mobile) sarà possibile scoprire quali sono i film in programmazione nelle sale cinematografiche che abbiamo nelle vicinanze con i relativi orari e la possibilità di acquistarne i biglietti direttamente dall’app grazie al servizio booking di Fandango e Atom Tickets. Facebook è sempre più attento alla geolocalizzazione e alla condivisione dei video non solo sulla sua piattaforma, ma anche sui grandi schermi.

Condividere Instagram Stories: Zuckerberg non molla (e ci riprova). Nonostante le Stories su Facebook siano state un flop più o meno annunciato (sono utilizzate da pochissimi utenti), o forse proprio per questo motivo, presto sarà possibile sharare sul nostro profilo i brevi video e foto già condivisi su Instagram. Una mossa che va nella direzione di rendere sempre più integrate le due piattaforme.

Come potete vedere Facebook non si ferma mai, ora sta a noi tenere il passo.

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Se Twitter aiuta la polizia nelle indagini

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Twitter: notizie in diretta tra cronaca e politica

Da sempre, Twitter è tra tutti i social network quello maggiormente sfruttato per la condivisione in diretta delle notizie, un prezioso strumento per il citizen journalism, il cosiddetto “giornalismo partecipativo”, una forma di giornalismo affermatosi prepotentemente negli ultimi anni che si basa sulla partecipazione attiva di cittadini e lettori alla costruzione delle informazioni grazie alla natura interattiva dei media digitali.

Due esempi per capire la portata di Twitter nel mondo della condivisione in diretta di fatti politici e di cronaca?

  • #Sandiegofire: il primo hashtag utilizzato negli USA con una portata nazionale e lanciato da Nate Ritter, imprenditore nel settore ICT, per seguire gli incendi di San Diego dell’ottobre 2007.
  • Il ruolo giocato (seppur criticamente ridotto da alcuni studiosi come Geert Lovink e Evgeny Morozov) dal social network dei cinguettii durante la Primavera Araba grazie quando i manifestanti sono riusciti a coordinarsi nell’organizzazione delle proteste condividendo informazioni in 140 caratteri.

Anche se Twitter da qualche anno a questa parte sta affrontando una profonda crisi identitaria (accusando soprattutto la concorrenza delle immagini che sembrano surclassare le parole nello scontro dei contenuti condivisi), rimane un’abitudine consolidata di molti utenti aprire l’applicazione con l’uccellino per cercare approfondimenti in diretta quando compaiono in televisione o nelle riviste on line, spesso in modo confuso, immagini di attentati, incidenti o fatti di politica internazionale. I migliori scalatori di Trend Topic sono infatti – insieme ai programmi televisivi come X-Factor e MasterChef e agli avvenimenti sportivi – gli hashtag legati alla cronaca e alla politica.

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La ricerca dell’Universita’ di Cardiff

Oggi, grazie a una ricerca dell’Università di Cardiff, sappiamo addirittura di più: Twitter e’ talmente veloce che riesce a individuare gravi incidenti un’ora prima delle segnalazioni delle forze dell’ordine. I ricercatori di Cardiff sono infatti partiti con l’analisi delle rivolte di Londra del 2011, quando l’uccisione del ventinovenne Mark Duggan fece esplodere la rabbia popolare che, divampando da Tottenham, si espanse in tutta la capitale e in altri grandi centri del Paese come Liverpool, Birmingham e Bristol, prendendo d’assalto automobili, negozi e assembramenti della polizia.

Attraverso una serie di algoritmi di machine-learning che hanno analizzato circa 1,6 milioni di tweet sull’argomento tenendo conto di una serie di parametri come momento di pubblicazione, contenuto e posizione, i ricercatori sono stati in grado di rilevare una serie di incidenti più rapidamente delle fonti a disposizione della polizia. Grazie alle informazioni condivise su Twitter è infatti possibile scoprire location e tempistiche in cui si potrebbero verificare eventi potenzialmente pericolosi.

In un tempo in cui le risorse a disposizione delle forze dell’ordine sono sempre inferiori – come ha dichiarato il capo della polizia della contea di West Midlands, una delle zone maggiormente colpite dalle rivolte del 2011 – Twitter può diventare un prezioso strumento per la lotta alla criminalità, supportando e integrando i tradizionali metodi di indagine.

Oggi i social network non sono ancora usati in modo sistematico nelle indagini ma chissà se tra qualche anno, nei film polizieschi, vedremo un detective riconsegnare pistola, distintivo e … credenziali di Twitter.

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I Social Network e l’editoria

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Allo strapotere della televisione nella promozione del libro e degli articoli delle testate si contrappone oggi il social networking.

Sono due modelli mediatici agli antipodi: da una parte il simbolo perfetto del “Broadcast” in cui c’e’ un emittente (la tv) e tanti riceventi (gli spettatori) passivi che non possono interagire, replicare, rilanciare, partecipare. E’ il modello “One to Many” che esiste da diversi decenni. Dall’altro, con i Social, c’e’ un modello che non ha ancora raggiunto l’adolescenza (ha circa 14 anni): il “many to many”, dove ognuno e’ un nodo della rete alla pari degli altri. Al netto degli “influencer”, si intende.

Scrittori  e giornalisti famosi e non, tuttavia, non possono oggi prescindere da questi strumenti che basano sulle connessioni social on line il loro modello di influenza. In effetti abbiamo avuto modo di verificare che i vantaggi di una comunicazione promozionale sui social (basso costo di creazione e accesso, possibilità di lavorare da remoto, creativita’ e multimedialita’) devono essere valutati alla luce degli svantaggi (necessita’ di un professionista del settore per comunicazioni declinate in modo adeguato a seconda del social specifico, richieste di informazione anche fuori dall’orario di lavoro, gestione di crisi, ricerca di contenuti interessanti per gli utenti).

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Il Socialnetworking, da solo, non ha alcuna efficacia. Serve una strategia integrata di comunicazione che si combini con le attivita’ offline.

Rimanendo sulla stampa, metro indirettamente legato ai libri perché lettura, continua il Censis: “Mentre uno zoccolo duro di persone che entrano in contatto solo con i mezzi audiovisivi rimane quasi costante nel tempo (passando dal 28,2% del 2006 al 23,2% del 2016), gli italiani che si accostano abitualmente a tutti i media hanno fatto segnare un importante passo in avanti tra il 2006 e il 2009 (passando dal 23,3% al 35,8%), per poi fermarsi a quel livello (anzi, nel 2016 hanno fatto anche un piccolo passo indietro, riposizionandosi al 35,2%). È stato invece il dato riferito a quanti usano internet ma non i mezzi a stampa ad aver fatto passi in avanti rilevantissimi, ampliando cosi’ il press divide: erano il 5,7% della popolazione nel 2006, sono diventati il 31,4% nel 2016, portando il totale di tutte le persone estranee ai mezzi a stampa a una quota pari al 54,6% della popolazione (e raggiungendo nel 2016 un valore addirittura pari al 61,5% tra i giovani under 30).”

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Facebook ha recentemente annunciato che in un futuro prossimo gli editori venderanno le proprie notizie sul Social Network.

Facebook insiste per formare una comunita’ piu’ consapevole, meno vittima di fake news e notizie non verificate. “E non possiamo farlo senza i giornalisti”, ha postato Zuckerberg, “ma ci rendiamo anche conto che le nuove tecnologie possono rendere più difficile per gli editori finanziare il giornalismo su cui tutti fanno affidamento. Stiamo per testare nuovi modi per far crescere i loro abbonamenti. Se le persone si abbonano dopo aver visto le notizie su Facebook, i ricavi andranno direttamente agli editori che lavorano duramente per scoprire la verita’ e Facebook non prendera’ nulla. Si parte entro la fine dell’anno con un piccolo gruppo di editori americani e europei. Poi ascolteremo i loro commenti”. Presto, inoltre, i loghi dei giornali accompagneranno le notizie come si legge in questo articolo di Repubblica.

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Che pubblicita’ ci mostra Facebook?

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C’erano una volta i media “broadcast”. Si stava seduti a guardare la televisione, ad ascoltare la radio, a leggere i giornali. C’era chi emetteva un messaggio e chi lo ascoltava, secondo uno schema unidirezionale della comunicazione. “Da uno a molti”, si dice in sociologia della comunicazione.

Il contenuto veicolato era periodicamente interrotto da messaggi pubblicitari che provavano a convincerci a comprare o a fare qualcosa. Speravano che rientrassimo nel “target”, il bersaglio giusto per chi fa marketing. In altre parole: immaginavano potessimo essere interessati alla loro pubblicita’. Con la diffusione di internet e dei social network, dalla seconda meta’ degli anni 2000, il modello e’ cambiato radicalmente, anche se il sistema “broadcast” non e’ ancora scomparso.

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Adesso il sistema di comunicazione a cui guarda il merketer e’ quello che fino a 15 anni fa si poteva solo sognare: rivolgere il proprio messaggio pubblicitario solo a chi e’ interessato. Eta’, provenienza geografica, interessi, interazioni, ricerche pregresse: con internet e i Social Network l’advertising si e’ fatta specifica e precisa. Google e Facebook, i due attori principali del mercato dell’advertising online e dell’uso di internet,  sono principalmente canali di pubblicità Pay Per Click (PPC). Si tratta di una modalità di acquisto e pagamento di pubblicita’ online.  L’inserzionista paga una tariffa unitaria in proporzione ai click (click-through rate), ovvero solo quando un utente clicca effettivamente sull’annuncio pubblicitario.

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Ma se Google e’ un motore di ricerca e tiene traccia delle nostre ricerche, come fa Facebook a sapere cosa mostrarmi?

Facebook utilizza i seguenti dati per decidere quali inserzioni mostrarci:

  • Informazioni che condividi su Facebook (ad es. le Pagine che ti piacciono)
  • Altre informazioni su di te estratte dal tuo account Facebook (ad es. età, genere, luogo, dispositivi che usi per accedere a Facebook)
  • Informazioni che gli inserzionisti e i nostri partner di marketing possiedono e condividono con noi, come il tuo indirizzo e-mail
  • Le tue attività su app e siti Web esterni a Facebook

Altre informazioni più dettagliate possono essere trovate su Normativa sui dati e Normativa sui cookie di Facebook. Ecco dunque come fa Facebook a rivolgerci pubblicità mirate. Il punto chiave e’ sicuramente “i nostri partner Marketing” e le informazioni condivise.