Monthly Archives: settembre 2017

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Fake news: Facebook perde il primo round

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L’elezione di Donald Trump tra dubbi e paure

L’elezione di Donald Trump a Presidente degli Stati Uniti d’America nel novembre 2016 ha provocato una serie di dubbi e perplessità (ma anche paure) sul futuro politico, economico e ambientale del Pianeta. Non solo, anche il sistema dei media è stato messo sotto sopra dall’ultima corsa alla Casa Bianca che ne ha evidenziato parecchi limiti strutturali. In particolare, sono stati messi alla gogna i social network, accusati di veicolare informazioni false (fake news) che tendono a favorire l’elezione di partiti e leader populisti. La diffusione di questo genere di notizie avrebbe così permesso la vittoria del (ex?) magnate statunitense, premiando la sua campagna elettorale aggressiva.

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L’era della post-verità

L’accusa a Google, Facebook, Twitter e Co. ha avuto un’eco così forte che il temine post trouth (la condizione per cui la verità di un’affermazione assume un’importanza secondaria rispetto alle emozioni che quell’affermazione suscita) è stato eletto “parola dell’anno 2016 dall’Oxford English Dictionary. Non solo, anche i “grandi” del web 2.0, dopo un importante mea culpa, sono corsi ai ripari. Nella primavera del 2017 è stata dunque annunciata la nascita della News Integrity Initiative, un consorzio contro le fake news lanciato da Facebook, Wikipedia e Mozzilla insieme ad atenei e organizzazioni no-profit di tutto il mondo, con l’obiettivo di sensibilizzare e formare l’opinione pubblica sull’importanza di coltivare una comunicazione on line di qualità. Al tempo stesso Facebook ha lanciato un algoritmo-filtro contro le bufale, per limitare ancora di più la portata delle fake news. Il controllo delle informazioni pubblicate non è ancora sbarcato in Italia, ma l’azione di Facebook si è risolta esclusivamente nella pubblicazione di un decalogo in cui sono pubblicate alcune buone pratiche (controllo delle fonti, attenzione ai titoli a effetto, verifica delle date) per non farsi “fregare” dalle fake news scritte e condivise ad hoc da molti siti internet.

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Una sconfitta per Facebook

Tuttavia, una recente ricerca dell’Università di Yale ha smentito le dichiarazioni del colosso di Mark Zuckerberg sul buon funzionamento del tool anti-bufale: a quanto pare – almeno per la maggioranza di un campione di 7.500 persone – l’etichetta di fake news riportata su un determinato contenuto non è sufficiente. Molti utenti infatti continuano a credere a ciò che vogliono credere e la scritta “messa in discussione da un fact-checker terzo” non cambia la loro percezione, anzi è un motivo di interesse verso la news stessa se non, addirittura, la punta dell’iceberg di un’ipotesi di complotto. Ma l’aspetto della ricerca che sorprende maggiormente gli studiosi (e non solo) è l’incapacità dei più giovani di distinguere il vero dal falso: sta crescendo una generazione che, abituata a informarsi on line in modo veloce e sintetico e a dare giudizi con modalità altrettanto frenetiche, sarà sempre più manipolabile da chi decide di fare dei messaggi iper-semplificati e faziosi i suoi strumenti di politica più forti.

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5 nuove funzioni di Facebook

By | Social Network | No Comments

C’è una legge non scritta che regola il funzionamento dei social network ed è un po’ lo stesso principio che garantisce la sopravvivenza degli squali (o almeno una ventina di specie su circa 400): se ti fermi, sei perduto. Così, come i grandi predatori degli oceani non possono smettere di nuotare senza morire soffocati, così Facebook, Instagram, Twitter e Co. sono costretti ad aggiornarsi costantemente per offrire ai propri utenti nuove modalità di navigazione e nuovi strumenti di fruizione.

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Come spesso accade in questo campo, a dettare le regole del gioco è Facebook che negli ultimi giorni ha introdotto una serie di cambiamenti. Ecco i principali:

Meetup: attiva per il momento solamente in Nuova Zelanda e a Toronto, è sicuramente la nuova funzione più discussa e segna un notevole avvicinamento di Facebook alla vita reale. Se il social network è stato infatti inventato per mantenere (e implementare) i propri legami sociali, Meetup compie uno step decisivo, invitando gli utenti a incontrarsi anche fuori dalla messaggistica e dalle reaction sui post: una funzionalità molto simile a Tinder che si palesa con un “vuoi incontrare Mr o Mrs X questa settimana?”. Ovviamente, proprio come l’app di incontri più famosa del web, Facebook metterà in contatto i due utenti solo se entrambi (all’insaputa dell’altro) sceglieranno di incontrarsi, tutelando così i naviganti da palesi due di picche.

Bonfire: se negli ultimi anni Facebook aveva visto una piccola diaspora di iscritti più giovani verso piattaforme maggiormente teen-friendly come Instagram e Snapchat, ora il gigante di Menlo Park ha deciso di non tirarsi indietro e affrontare i “competitor” sullo stesso campo. È infatti di pochi giorni fa l’annuncio dell’entrata in scena di Boomfire, un’app – molto simile a Housparty e non a caso sviluppata dal suo staff – che permette di realizzare video-chat di gruppo utilizzando filtri di snapchattiana memoria. Unico problema: per ora è disponibile solo in Danimarca (terreno privilegiato per questo genere di test).

Snooze: se siete tra gli utenti che silenziano chat di Messenger e WhatsApp, la nuova funzionalità di Facebook non potrà che entusiasmarvi. Grazie a Snooze (“sonnellino” in inglese) potrete infatti far scomparire dal vostro feed gli aggiornamenti di persone, pagine e gruppi che vi sono poco graditi. A dire il vero, era già possibile escludere alcuni aggiornamenti dal mare magnum di contenuti che si accavallavano in home, ma la novità introdotta da Facebook sta nel fatto che questa “pennichella” può essere imposta per un tempo definito: una volta scadute le ore, giorni o anni tornerete a vedere tutti gli aggiornamenti del profilo che vi stava irritando.

Movies: ed eccoci arrivati a un nuovo slancio di Facebook verso la vita extra-social. Grazie a questa nuova sezione (a oggi visibile solo per gli utenti statunitensi che navigano da mobile) sarà possibile scoprire quali sono i film in programmazione nelle sale cinematografiche che abbiamo nelle vicinanze con i relativi orari e la possibilità di acquistarne i biglietti direttamente dall’app grazie al servizio booking di Fandango e Atom Tickets. Facebook è sempre più attento alla geolocalizzazione e alla condivisione dei video non solo sulla sua piattaforma, ma anche sui grandi schermi.

Condividere Instagram Stories: Zuckerberg non molla (e ci riprova). Nonostante le Stories su Facebook siano state un flop più o meno annunciato (sono utilizzate da pochissimi utenti), o forse proprio per questo motivo, presto sarà possibile sharare sul nostro profilo i brevi video e foto già condivisi su Instagram. Una mossa che va nella direzione di rendere sempre più integrate le due piattaforme.

Come potete vedere Facebook non si ferma mai, ora sta a noi tenere il passo.

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Criptoeconomia e BitCoin – 5 cose da sapere

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Breve storia della Criptoeconomia.

Negli ultimi anni si sta sviluppando in tutto il mondo la cosiddetta criptoeconomia: si tratta di una serie di transazioni economiche che si basano sull’acquisto di beni e servizi attraverso le criptomonete, valute digitali basate sui principi della crittografia. Queste nuove monete utilizzano tecnologie peer-to-peer su reti formate da nodi di computer che gestiscono software con funzione di “portamonete”.

Quello della criptoeconomia è un universo ancora sconosciuto ai più, di cui si fa fatica a immaginare gli scenari futuri concretamente realizzabili. Sta di fatto che nonostante un certo scetticismo e utilizzo non proprio immediato, i trader (e gli Stati) che decidono di investire in criptomonete sono sempre di più. Ad esempio, mentre in molte nazioni le nuove valute sono viste con scetticismo dai governi nazionali e sono sottoposte a controlli e restrizioni, in Giappone i Bitcoin (la criptomoneta più diffusa) hanno conquistato lo status di valuta di scambio parallela allo Yen. Ovviamente, non esistono solo i Bitcoin: le criptomonete in circolo sono circa 80 con un valore di 300-400 miliardi di dollari. La percentuale maggiore del mercato è però occupato da Bitcoin ed Ethereum, la criptovaluta nata a Wall Streat che ha introdotto la tracciabilità nelle cripto-transazioni (e per questa ragione è ben vista da Vladimir Putin).

C’è infatti chi sostiene che la criptoeconomia, dato l’incremento sempre maggiore del mercato on line e dei pagamenti con carta di credito, possa essere il futuro del mercato, garantendo maggiore equità negli scambi. Basti pensare che secondo il World Economic Forum entro il 2025 oltre il 10% del PIL mondiale sarà realizzato da aziende basate sulla tecnologia inventata per la creazione e gestione dei Bitcoin (la blockchain).

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Criptoeconomia: 5 cose da sapere.

Per questi motivi abbiamo pensato che potesse essere utile sapere qualcosa in più su queste nuove valute:

  1. La prima criptomoneta sono stati i Bitcoin, inventati nel 2009 da un anonimo hacker conosciuto con lo pseudonimo Satoshi Nakamoto. Un Bitcoin vale circa 4.100 dollari americani avendo fatto registrare un aumento di 70.000 volte dalla loro nascita. Insomma, se nel 2010 aveste acquistato dieci Bitcoin a 60 centesimi, oggi potreste ritenervi abbastanza soddisfatti dell’investimento;
  2. Le criptomonete sono prodotte da software che ne stabiliscono un numero massimo per evitare l’inflazione. I Bitcoin, ad esempio, possono essere al massimo 21 milioni, oggi ce ne sono “già” in circolo 16,5;
  3. Essendo gestite da software e controllate da chi le possiede, non vengono controllate da organismi come le Banche Centrali;
  4. Si fondano sulla tecnologia blockchain, database distribuiti a catena difficilmente manomissibili;
  5. Le criptomonete sono nate con l’obiettivo (almeno teorico) di creare nuove regole che possano dar spazio a tutte quelle popolazioni a cui è stato sottratto il diritto a una vita economicamente dignitosa. Per questo, anche l’ONU sta pensando al loro utilizzo nei campi profughi siriani.

La criptoeconomia è un mondo ancora sconosciuto a molti che ci riporta agli albori di internet, quando le identità digitali erano anonimie e la rete sembrava una foresta affascinante e rischisoa; tuttavia, una cosa è certa: ci aspetta un futuro tutto da scrivere.

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Se Twitter aiuta la polizia nelle indagini

By | comunicazione, Social Network | No Comments

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Twitter: notizie in diretta tra cronaca e politica

Da sempre, Twitter è tra tutti i social network quello maggiormente sfruttato per la condivisione in diretta delle notizie, un prezioso strumento per il citizen journalism, il cosiddetto “giornalismo partecipativo”, una forma di giornalismo affermatosi prepotentemente negli ultimi anni che si basa sulla partecipazione attiva di cittadini e lettori alla costruzione delle informazioni grazie alla natura interattiva dei media digitali.

Due esempi per capire la portata di Twitter nel mondo della condivisione in diretta di fatti politici e di cronaca?

  • #Sandiegofire: il primo hashtag utilizzato negli USA con una portata nazionale e lanciato da Nate Ritter, imprenditore nel settore ICT, per seguire gli incendi di San Diego dell’ottobre 2007.
  • Il ruolo giocato (seppur criticamente ridotto da alcuni studiosi come Geert Lovink e Evgeny Morozov) dal social network dei cinguettii durante la Primavera Araba grazie quando i manifestanti sono riusciti a coordinarsi nell’organizzazione delle proteste condividendo informazioni in 140 caratteri.

Anche se Twitter da qualche anno a questa parte sta affrontando una profonda crisi identitaria (accusando soprattutto la concorrenza delle immagini che sembrano surclassare le parole nello scontro dei contenuti condivisi), rimane un’abitudine consolidata di molti utenti aprire l’applicazione con l’uccellino per cercare approfondimenti in diretta quando compaiono in televisione o nelle riviste on line, spesso in modo confuso, immagini di attentati, incidenti o fatti di politica internazionale. I migliori scalatori di Trend Topic sono infatti – insieme ai programmi televisivi come X-Factor e MasterChef e agli avvenimenti sportivi – gli hashtag legati alla cronaca e alla politica.

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La ricerca dell’Universita’ di Cardiff

Oggi, grazie a una ricerca dell’Università di Cardiff, sappiamo addirittura di più: Twitter e’ talmente veloce che riesce a individuare gravi incidenti un’ora prima delle segnalazioni delle forze dell’ordine. I ricercatori di Cardiff sono infatti partiti con l’analisi delle rivolte di Londra del 2011, quando l’uccisione del ventinovenne Mark Duggan fece esplodere la rabbia popolare che, divampando da Tottenham, si espanse in tutta la capitale e in altri grandi centri del Paese come Liverpool, Birmingham e Bristol, prendendo d’assalto automobili, negozi e assembramenti della polizia.

Attraverso una serie di algoritmi di machine-learning che hanno analizzato circa 1,6 milioni di tweet sull’argomento tenendo conto di una serie di parametri come momento di pubblicazione, contenuto e posizione, i ricercatori sono stati in grado di rilevare una serie di incidenti più rapidamente delle fonti a disposizione della polizia. Grazie alle informazioni condivise su Twitter è infatti possibile scoprire location e tempistiche in cui si potrebbero verificare eventi potenzialmente pericolosi.

In un tempo in cui le risorse a disposizione delle forze dell’ordine sono sempre inferiori – come ha dichiarato il capo della polizia della contea di West Midlands, una delle zone maggiormente colpite dalle rivolte del 2011 – Twitter può diventare un prezioso strumento per la lotta alla criminalità, supportando e integrando i tradizionali metodi di indagine.

Oggi i social network non sono ancora usati in modo sistematico nelle indagini ma chissà se tra qualche anno, nei film polizieschi, vedremo un detective riconsegnare pistola, distintivo e … credenziali di Twitter.