Monthly Archives: aprile 2017

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Influencer: esistono davvero? Ecco come diventarlo

By | comunicazione, Social Network | No Comments

Gli “influencer”: creature mitologiche? Chi sono e come si diventa influenti nel mondo del Web?

Fashion Blogger modaioli, Food Blogger e critici gastronomici, Social Media influencer dal seguito numeroso, esperti di cinema, giochi, musica  e viaggi on line: tutti accomunati dalla stessa esigenza di avere un pubblico.  E’ un utente web che, con un blog o con Social Network specifici, si rivolge ad altri internauti. Cosa rende un utente qualsiasi un “vip” degno dell’etichetta “influencer”? I numeri e le interazioni che genera. Non esistono parametri oggettivi. Su Twitter, ad esempio, si puo’ dire che sotto i 5000 followers non si può aspirare al ruolo in questione. Ma dipende da tanti fattori. Non e’ raro vedere utenti che cinguettano con piu’ following che followers, per dirne una. Stessa cosa per Instagram.

Nell’immagine sotto: Favij, considerato il “re degli youtuber italiani”. Il giovanissimo piemontese ne ha fatto una professione e dice di dedicare 5 ore al giorno alla realizzazione, montaggio e post dei suoi video visti da milioni di utenti.

Perche’ interessano gli influencer

Occorre distinguere tra “influencer” e “Vip”: il primo parte da zero, senza l’ausilio dei mass media tradizionali, costruendosi lentamente (e organicamente, cioe’ senza “comprare” pacchetti di fan e followers) una base di seguaci. I secondi godono sui Social di un’attenzione derivante dai media broadcast: sono gia’ conosciuti grazie alla tv, radio, giornali, libri, cinema.

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Gli influencer interessano sia i brand che gli utenti “normali”. Le marche li cercano perche’ sono in grado di spostare opinioni, tendenze, acquisti grazie al fatto che c’e’ un forte legame di fiducia con loro. L’unico pericolo che corrono e’ quello di essere accusati, e succede spesso, di essere “venduti” al soldo delle aziende. Dal canto loro i brand cercano sempre più di coinvolgerli nei loro progetti per entrare nelle “conversazioni” sui Social.

Sotto: Clio Make Up, la piu’ influente Youtuber di trucchi e prodotti estetici.

Come diventare influencer

Ecco 10 elementi obbligatori per diventare “webstar”:

  1. Costanza nell’aggiornamento dei propri canali social
  2. Tempo dedicato alla costruzione dei contenuti
  3. Pazienza: per diventare “famosi” serve tempo
  4. Credibilita’ e competenza: bisogna sapere di cosa si sta parlando e dimostrarsi affidabili
  5. Studiare il mercato: ormai ogni argomento ha i suoi fornitori di contenuti multimediali. Studiare gli altri e’ fondamentale per capire cosa proporre
  6. Scegliere i canali giusti: Yotube per i video, Twitter per il copywriting, Facebook Page per i contenuti diversificati, Instagram per le foto. Uno non esclude l’altro!
  7. Aggiornarsi sempre, perche’ il web cambia rapidamente
  8. Avere un sito personale con i contatti per ricevere proposte di collaborazione e raccogliere i frutti del proprio lavoro
  9. Controllare la propria e-reputation, la reputazione online, per sapere cosa vedono di noi gli utenti
  10. Non mollare e perseverare anche se i numeri, inizialmente, potrebbero essere scoraggianti

 

 

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Trump: amore e odio ai tempi del Social Networking

By | comunicazione, Politica, Social Network | No Comments

Donald Trump, quello che ha detto frasi scandalose sulle donne e ha lottato in tv su un ring di wrestling, è il presidente degli Stati Uniti. Questi sono i fatti. Via piaccia o no, “The Donald” è qualcosa di inedito, sia per i media tradizionali che per quelli on line. Il suo rapporto con Twitter era già particolare quando era solo un cittadino molto ricco. Ora che è l’uomo più influente del pianeta appare a tratti scandaloso. Eppure il suo elettorato lo apprezza per quello che è ed è sempre stato: un uomo nuovo della politica, un imprenditore che non si è candidato alle presidenziali per soldi ma con i soldi. E chi lo segue sui social fa parte inevitabilmente di due fazioni contrapposte: chi lo sostiene nei suoi muri, metaforici e fisici, e chi lo prende in giro. Non esistono vie di mezzo.


L’uomo che in campagna elettorale faceva il verso ai disabili e faceva pesanti battute a sfondo razzista adesso comanda gli equilibri geopolitici del pianeta. E, nonostante abbiano provato a toglierglielo, ha accesso diretto al suo account Twitter. Durante il giuramento a Washington qualcuno si era illuso che avrebbe abbandonato i suoi toni bellici e aggressivi per una comunicazione più “presidenziale”. Beh, si sbagliava.

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Il Presidente Trump non ha gli stessi vincoli degli altri leader mondiali. Lui ha vinto la sua compagna elettorale come “underdog”, il grande sfavorito contro l’establishment, il perbenismo, quelli che hanno fatto decadere l’America e che lui vuole “make great again”.  Dopo essersela presa con l’Onu (“Club di chiacchere”), la General Motors, l’Obama Care e il suo predecessore che lo spiava e qualunque cosa lo critichi, Trump ha dovuto anche incassare l’invito del direttore uscente della Cia che lo ha invitato a “non fare commenti improvvisati su Twitter” aggiungendo che “La spontaneità non è qualcosa che protegge gli interessi nazionali e quindi quando parla o reagisce deve essere sicuro di comprendere che le implicazioni e l’impatto sugli Usa potrebbero essere profondi. Si tratta di qualcosa di più di Trump, si tratta degli Stati Uniti”. Vediamo qualche esempio della sua quotidiana produzione.

 

Il populismo e la comunicazione televisiva

“The Donald” agisce senza freni e diplomazia. Accusa direttamente facendo nomi e cognomi. Non si era mai visto un politico occidentale così poco preoccupato dalla sua immagina pubblica. Il gradimento come presidente è al 35%, cosa mai vista ai primi mesi di presidenza.

 

Il ricorso a una grammatica sguaiata IN MAIUSCOLO, tipica del “popolo” a cui si rivolge

Trump non si cura delle regole di diplomazia e di comunicazione politica, figuriamoci della “Netiquette”. Scrive in maiuscolo come se gridasse, per enfatizzare i passaggi chiave dei suo (numerosi) Tweet.

Il difficile rapporto del miliardario con i media

 

I giudizi di pancia di Trump contro uno dei maggiori canali americani

 

In conclusione: i SN sono strumenti fondamentali per un politico. Non sorprende che Trump continui nei suoi toni di duro contro tutti. Viene da chiedersi, però, perchè il suo staff  non ne limiti le uscite su questioni delicate, come il RussiaGate, che potrebbero segnarne il mandato. O concluderlo. 

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Il futuro del Web e dei Social Network? E’ il video

By | comunicazione, Social Network | No Comments

Il futuro dei Social Network, e del Web in generale, è tutto nel video. La “guerra” tra Youtube (Google) e Facebook per la supremazia del consumo di video è solo agli inizi. Zuckerberg ha introdotto le “storie”, uno strumento per pubblicare un collage di foto e video, sia su Facebook che su Whatsapp, copiandole in toto da Instagram (non vi scandalizzate, è tutto suo!). Secondo Cisco nel 2017 il 69% del traffico web sarà costituito da video. Secondo Nielsen il 64% dei marketers ritiene dominerà le loro strategia nell’immediato futuro. I numeri di Youtube sono impressionanti.

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Al momento la partita sul mercato dei video sembra giocarsi intorno a tre elementi:
  1. Il superamento della Tv
  2. La realta’ aumentata
  3. L’implementazione e la diffusione dei video come strumento di comunicazione

 

“Taking Over Television”

La sostituzione della tv è dietro l’angolo? No, e forse non avverrà mai. Ma tutti i player in gioco cambieranno in continuazione e si contamineranno. Nel 2016 si sono affermati, complice la diffusione dei collegamenti internet veloci sui dispositivi mobili, i video live. La novità non è stata tanto nello strumento ma nelle opportunità di andare oltre il classico modello “Broadcast” (da uno a molti) di televisione. La televisione “tradizionale”, quella con degli orari stabiliti di messa in onda di un programma, la pubblicità, gli ascolti in milioni di spettatori, sta perdendo seguito. Le analisi demoscopiche mostrano che solo le fasce di età più alte continuano a essere fedeli al “medium” Tv. La tv esiste, resiste e funziona. Ma sta cambiando il panorama in cui opera. I giovani spezzettano il loro tempo televisivo essenzialmente “on demand”, scegliendo il luogo e il tempo della propria fruizione. Un esempio? Netflix.

 

La realta’ aumentata e le Video Ads

La realtà aumentata (AR) è una estensione della realtà virtuale (VR). Tutti abbiamo visto l’immagine, diventata virale, di Zuckerberg che cammina sorridente in mezzo a una folla di giornalisti seduti e con il visore per VR. Le attese in questo campo sono tante, ma non sempre fruttuose.

Qualcuno ricorda ancora il faraonico lancio dei Google Glass? Bloomberg ha riportato che Apple sta investendo pesantemente in questo campo. Il  CEO di Apple Tim Cook ha detto che “presto avremo esperienze di AR ogni giorno, e sarà come mangiare un pasto tre volte al giorno. Diventerà parte di noi”. Uno studio condotto da eMarketer, dimostra come il 72% degli addetti marketing abbia programmato di investire principalmente in YouTube il budget di digital advertising del prossimo anno. Contro il 46% che preferisce indirizzare l’investimento su Facebook. Se qualcuno si sta chiedendo perchè si può rispondere da solo: è più semplice guardare un video o leggere un testo?

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I video sui Social

L’opportunità di una “social tv” è enorme. Facebook sta lavorando per lo sviluppo di studi professionai in grado di creare contenuti originali. Il live di Facebook, così come quello di Twitter (Periscope) sono la prima, massificata proposta di una Social Tv. Alcune indiscrezioni su brevetti e sviluppi di funzioni tv per i social possono essere viste qui. Mandare in diretta quello che si sta vedendo con un semplice clic dal proprio dispositivo mobile non è un’azione senza conseguenze. Significa dover creare delle regole legali certe per gli eventi a pagamento (si pensi a quelli sportivi o musicali dove il copyright e i diritti televisivi comandano) e dare a tutti uno strumento di cronaca. Si pensi al caso di Philando Castile, un afroamericano ucciso dalla polizia negli Usa, e alla sparatoria avvenuta a Dallas durante le manifestazioni di Black Lives Matter scaturite in risposta alla morte di Castile e di Alton Sterling in un caso simile di “police brutality”.

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Qui trovate una infografica molto interessante sulle giuste misure e indicazioni per mettere le vostre foto e video sui Social.

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2017: l’anno delle Fake News e della Post Truth

By | comunicazione, Social Network | No Comments

Chi non ha mai sentito parlare di “Fake News”? Chi ha vissuto su Marte negli ultimi due anni, direbbe qualcuno. Ma cosa si intende con questo termine? Il dizionario Collins, uno dei più autorevoli del mondo, definisce le Fake News come ” informazioni false, spesso sensazionali, diffuse con il pretesto di riportare notizie”. Sorge subito un’altra domanda: che cosa é una notizia? Quello che il giornalista rende tale, da una parte. E quello che viene dai media, dall’altra. In questi giorni Google, sulla scia delle iniziative di Facebook per la verifica e lo stop alle fake news, ha creato un’etichetta con l’obiettivo di aiutare gli utenti a trovare informazioni utili, offrendo visibilità ai contenuti che gli editori creano. Una sorta di fact checking.

Google

Google

In Italia, come nella maggior parte del mondo occidentale, l’informazione passa al 90% per due canali: la Tv, con un target di età medio alto e i Social Media, “strumenti” per definizione e con un pubblico ormai trasversale (motivo per cui i giovani tendono a lasciare Facebook in favore di altri SN, come Snapchat, dove non trovano zii e genitori!). Eppure c’e’ chi sta alzando la voce contro Facebook, Twitter e Instagram colpevoli di lasciar proliferare le “bufale” (o “Fake News”) senza intervenire. Dalla Presidente della Camera Boldrini alla cancelliera Angela Merkel gli appelli per il controllo dei contenuti diffusi in rete sono stati numerosi.

Qui trovate una selezione delle più incredibili Fake News del 2016. 

Fake News

Vediamo quali sono le questioni più importanti in gioco. 

Il Web e le bufale

Le notizie false, inventate, distorte o tagliate non sono nate con il web (anni 90) e il social networking (anni 2000). Si sviluppano invece con la stampa e l’informazione di massa. Nel 1917 i britannici cercavano di portare la Cina in guerra con gli “alleati”. Fecero pubblicare su uno dei giornali più influenti del tempo la notizia che il Kaiser faceva estrarre la glicerina dai cadaveri dei nemici uccisi in quella che è passata alla storia come “The master hoax”, la madre di tutte le bufale. Il Web e i Social sono quindi solo uno degli strumenti con cui si propagano le false notizie. Ma considerate un dato: in Italia il 90% di chi va on line usa Facebook: una bufala lì fa grossi danni. Da subito.

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La responsabilità personale

Enrico Mentana, ormai idolo indiscusso della Rete,  si è imposto come paladino della battaglia contro gli “Webeti” (il copyright è suo) chiedendo la responsabilità di quello che si scrive. Ha proposto una sorta di “registrazione” personale al web, con nome e cognome reale: solo così, secondo il direttore del TG La7, si può essere liberi di navigare ed esprimersi senza imbattersi in haters senza freni (e logica). La sua è una battaglia quotidiana contro i complottisti (“ScieKimike”, antivaccinisti, negazionisti dello sbarco lunare del 1969, 11 settembre tanto per fare alcuni esempi) in cui non molla di un centimetro. Ne fa una questione di principio: rispetto per tutti tranne per chi insulta gratuitamente e condivide idiozie non verificate.

Eccolo in un video in cui dice la sua sull’argomento. 

 

La politica e lo sfruttamento dei creduloni 

Chi gestisce i flussi dell’informazione nel 2017? Chi li crea. Recentemente abbiamo letto: “Propongo non un tribunale governativo, ma una giuria popolare che determini la veridicità delle notizie pubblicate dai media. Cittadini scelti a sorte a cui vengono sottoposti gli articoli dei giornali e i servizi dei telegiornali”. Queste le parole del fondatore del Movimento 5 Stelle Beppe Grillo. La domanda sorge spontanea: come potrebbe un cittadino “scelto a sorte” essere in grado, a prescindere, di “determinare la veridicità di una notizia“? Il problema, attualmente, sembra essere l’esatto contrario: i cittadini, sui social, credono a tutto. O quasi.  E difficilmente investono qualche minuto nella verifica delle fonti.

Le fonti

Come facciamo a sapere se quello che leggiamo è vero o totalmente inventato? Come controllare una notizia che puzza di Hoax (la classica bufala, tipo “condividi se non vuoi che Facebook mandi immagini porno dal tuo profilo”o “manda questo messaggio a 30 persone altrimenti Whatsapp diventa a pagamento”)? Cercare su Google è il modo più semplice, valutando attentamente la credibilità della fonte. Poi va considerata l’assenza o meno di una revisione editoriale. Ci sono infine siti specializzati come quello di Paolo Attivissimo, Bufale un tanto al chilo o Bufale.net per togliersi ogni dubbio. E tanto, tanto buonsenso. Se una fonte è verificata e ufficiale (come il sito di Repubblica o Corriere) la notizia sarà più difficilmente falsa. E occhio a chi scimmiotta i nomi dei giornali ufficiali come “Il messaggio.it” o “Il Corriere della Notte”.

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La politica

Se Facebook non dovesse reagire alla segnalazione di una notizia falsa cancellandola entro 24 ore, rischierebbe 500mila euro di multa” ha detto il capogruppo al Bundestag, Thomas Oppermann, in vista delle elezioni tedesche. Alcuni dicono che Trump abbia vinto grazie alle notizie false che giravano a suo favore (ricordate la bufala del Papa che lo appoggia?). Ci sono state poi tante polemiche sul Referendum italiano e su quello inglese. I movimenti populisti basano i loro consensi sul non contrasto alla disinformazione. Nell’era di un accesso quasi illimitato alle notizie il cittadino-utente è chiamato a saper scegliere. 

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La “Post Truth”

La “Post Verità” è “relativa a circostanze in cui i fatti oggettivi sono meno influenti nel formare l’opinione pubblica del ricorso alle emozioni e alle credenze personali”. L’emozione vince sulla ragione. Non importa che Agnese Renzi abbia detto che votava sì al Referendum. Se l’utente medio italiano vede un’immagine della moglie dell’ex Presidente del Consiglio con la scritta “Mi dispiace per Matteo ma io voto No” lo condividerà, e così via, fino a farla diventare virale. Serverebbe una “educazione al digitale”, sin dalle scuole elementari, in cui i cittadini del futuro imparino come difendersi dagli attacchi di una informazione manipolata, distorta e con fini strumentali.