2017: l’anno delle Fake News e della Post Truth

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Chi non ha mai sentito parlare di “Fake News”? Chi ha vissuto su Marte negli ultimi due anni, direbbe qualcuno. Ma cosa si intende con questo termine? Il dizionario Collins, uno dei più autorevoli del mondo, definisce le Fake News come ” informazioni false, spesso sensazionali, diffuse con il pretesto di riportare notizie”. Sorge subito un’altra domanda: che cosa é una notizia? Quello che il giornalista rende tale, da una parte. E quello che viene dai media, dall’altra. In questi giorni Google, sulla scia delle iniziative di Facebook per la verifica e lo stop alle fake news, ha creato un’etichetta con l’obiettivo di aiutare gli utenti a trovare informazioni utili, offrendo visibilità ai contenuti che gli editori creano. Una sorta di fact checking.

Google

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In Italia, come nella maggior parte del mondo occidentale, l’informazione passa al 90% per due canali: la Tv, con un target di età medio alto e i Social Media, “strumenti” per definizione e con un pubblico ormai trasversale (motivo per cui i giovani tendono a lasciare Facebook in favore di altri SN, come Snapchat, dove non trovano zii e genitori!). Eppure c’e’ chi sta alzando la voce contro Facebook, Twitter e Instagram colpevoli di lasciar proliferare le “bufale” (o “Fake News”) senza intervenire. Dalla Presidente della Camera Boldrini alla cancelliera Angela Merkel gli appelli per il controllo dei contenuti diffusi in rete sono stati numerosi.

Qui trovate una selezione delle più incredibili Fake News del 2016. 

Fake News

Vediamo quali sono le questioni più importanti in gioco. 

Il Web e le bufale

Le notizie false, inventate, distorte o tagliate non sono nate con il web (anni 90) e il social networking (anni 2000). Si sviluppano invece con la stampa e l’informazione di massa. Nel 1917 i britannici cercavano di portare la Cina in guerra con gli “alleati”. Fecero pubblicare su uno dei giornali più influenti del tempo la notizia che il Kaiser faceva estrarre la glicerina dai cadaveri dei nemici uccisi in quella che è passata alla storia come “The master hoax”, la madre di tutte le bufale. Il Web e i Social sono quindi solo uno degli strumenti con cui si propagano le false notizie. Ma considerate un dato: in Italia il 90% di chi va on line usa Facebook: una bufala lì fa grossi danni. Da subito.

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La responsabilità personale

Enrico Mentana, ormai idolo indiscusso della Rete,  si è imposto come paladino della battaglia contro gli “Webeti” (il copyright è suo) chiedendo la responsabilità di quello che si scrive. Ha proposto una sorta di “registrazione” personale al web, con nome e cognome reale: solo così, secondo il direttore del TG La7, si può essere liberi di navigare ed esprimersi senza imbattersi in haters senza freni (e logica). La sua è una battaglia quotidiana contro i complottisti (“ScieKimike”, antivaccinisti, negazionisti dello sbarco lunare del 1969, 11 settembre tanto per fare alcuni esempi) in cui non molla di un centimetro. Ne fa una questione di principio: rispetto per tutti tranne per chi insulta gratuitamente e condivide idiozie non verificate.

Eccolo in un video in cui dice la sua sull’argomento. 

 

La politica e lo sfruttamento dei creduloni 

Chi gestisce i flussi dell’informazione nel 2017? Chi li crea. Recentemente abbiamo letto: “Propongo non un tribunale governativo, ma una giuria popolare che determini la veridicità delle notizie pubblicate dai media. Cittadini scelti a sorte a cui vengono sottoposti gli articoli dei giornali e i servizi dei telegiornali”. Queste le parole del fondatore del Movimento 5 Stelle Beppe Grillo. La domanda sorge spontanea: come potrebbe un cittadino “scelto a sorte” essere in grado, a prescindere, di “determinare la veridicità di una notizia“? Il problema, attualmente, sembra essere l’esatto contrario: i cittadini, sui social, credono a tutto. O quasi.  E difficilmente investono qualche minuto nella verifica delle fonti.

Le fonti

Come facciamo a sapere se quello che leggiamo è vero o totalmente inventato? Come controllare una notizia che puzza di Hoax (la classica bufala, tipo “condividi se non vuoi che Facebook mandi immagini porno dal tuo profilo”o “manda questo messaggio a 30 persone altrimenti Whatsapp diventa a pagamento”)? Cercare su Google è il modo più semplice, valutando attentamente la credibilità della fonte. Poi va considerata l’assenza o meno di una revisione editoriale. Ci sono infine siti specializzati come quello di Paolo Attivissimo, Bufale un tanto al chilo o Bufale.net per togliersi ogni dubbio. E tanto, tanto buonsenso. Se una fonte è verificata e ufficiale (come il sito di Repubblica o Corriere) la notizia sarà più difficilmente falsa. E occhio a chi scimmiotta i nomi dei giornali ufficiali come “Il messaggio.it” o “Il Corriere della Notte”.

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La politica

Se Facebook non dovesse reagire alla segnalazione di una notizia falsa cancellandola entro 24 ore, rischierebbe 500mila euro di multa” ha detto il capogruppo al Bundestag, Thomas Oppermann, in vista delle elezioni tedesche. Alcuni dicono che Trump abbia vinto grazie alle notizie false che giravano a suo favore (ricordate la bufala del Papa che lo appoggia?). Ci sono state poi tante polemiche sul Referendum italiano e su quello inglese. I movimenti populisti basano i loro consensi sul non contrasto alla disinformazione. Nell’era di un accesso quasi illimitato alle notizie il cittadino-utente è chiamato a saper scegliere. 

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La “Post Truth”

La “Post Verità” è “relativa a circostanze in cui i fatti oggettivi sono meno influenti nel formare l’opinione pubblica del ricorso alle emozioni e alle credenze personali”. L’emozione vince sulla ragione. Non importa che Agnese Renzi abbia detto che votava sì al Referendum. Se l’utente medio italiano vede un’immagine della moglie dell’ex Presidente del Consiglio con la scritta “Mi dispiace per Matteo ma io voto No” lo condividerà, e così via, fino a farla diventare virale. Serverebbe una “educazione al digitale”, sin dalle scuole elementari, in cui i cittadini del futuro imparino come difendersi dagli attacchi di una informazione manipolata, distorta e con fini strumentali.